Icona della Resurrezione – Discesa agli inferi

Adol'f Ovčinnikov – Icona e simbolo

Testo di Adol'f Ovčinnikov sulla simbologia dell'icona cristiana: il valore del simbolo come chiave di lettura del reale nella tradizione dell'arte sacra orientale.

Giovanna Parravicini

Il 15 aprile 2021 è scomparso uno dei più grandi maestri iconografi e restauratori russi, Adol’f Ovčinnikov, che per anni ha accompagnato anche il cammino della nostra Scuola e, in particolare, ci ha aiutato a riscoprire l’antica tradizione dell’arte cristiana, comune all’Oriente e all’Occidente.

Con lui abbiamo scoperto la simbologia e il linguaggio dell’arte cristiana nelle catacombe romane, nei mosaici ravennati, in Siria, Cappadocia, sul Sinai, nelle pale italiane medioevali, la rigorosa obbedienza ai canoni e l’ardita libertà creativa.

Un autentico incontro con l’icona, l’approfondimento del suo linguaggio nella maniera pittorica dei maestri medievali e la scoperta del suo profondo significato spirituale: è questo il contributo offerto da Ovčinnikov alla nostra Scuola: «Senza tema di esagerare - ci ha ripetuto più volte - l’icona è la salvezza del mondo, detta un atteggiamento spirituale che conduce alla salvezza».

Icona del Giudizio Universale

A Mosca l’immenso patrimonio di materiali iconografici e testi da lui prodotti e raccolti è oggi consultabile nell’«Iconoteca» che porta il suo nome. Ci è sembrato doveroso offrire anche al lettore italiano il corpus dei suoi articoli dedicati alla simbolica cristiana: una trilogia di cui in autunno uscirà il primo volume, La simbologia del colore.

Copia-ricostruzione del Giudizio Universale, opera di Adol'f Ovčinnikov

Nel testo che presentiamo di seguito, Ovčinnikov spiega il valore del simbolo come chiave di lettura del reale in tutta la sua profondità

«Se la teologia, parlando dei puri spiriti, ricorse alla poesia di quelle sante finzioni, ciò fece per riguardo al nostro modo di concepire, e per aprirci verso le realtà superiori così raffigurate, quel cammino che solo può percorrere la nostra imperfetta natura».

Dionigi Aeropagita, La gerarchia celeste, II, 1

Oggi spesso i concetti di «informazione» e «sapere» vengono equiparati, ma un fatto, spogliato del suo contesto e del suo significato, finisce per non esistere, per non avere più alcun peso. Esiste anche un altro rischio, visibile in particolare nell’arte sacra: ricondurre i simboli a un’interpretazione meccanica, immediata, mentre a seconda dei segni e delle immagini che lo accompagnano, un simbolo può assumere una grande quantità di sfumature. Possono assurgere a simboli non solo singole immagini, colori, oggetti o composizioni, ma anche un intero ciclo di composizioni, ad esempio l’insieme dei soggetti all’interno del presbiterio, attraverso i quali si delinea la figura dell’Incarnazione e Sacrificio del Redentore, oppure un’icona agiografica di un martire, che nelle scene sulla cornice mostra gli atti del santo come l’imitazione della Passione di Cristo. Negli antichi salteri i soggetti del Vangelo sono simboleggiati dalle raffigurazioni di profeti dell’Antico Testamento che ne preannunziano gli eventi. Insomma, siamo ben lontani da primitivi parallelismi. La finalità del simbolo è quella di aiutarci a scorgere nell’infinita molteplicità dei fenomeni l’immutabile volontà provvidenziale di Dio.

Miniatura da antico manoscritto slavo con figure di animali simbolici

Nel linguaggio corrente per «simbolo» generalmente si intende un determinato segno convenzionale che indica una certa idea o immagine. Ma i simboli religiosi sono una sublimazione di realtà che erano elementi strutturali di una certa epoca e della sua cultura. Alla base delle raffigurazioni simboliche troviamo un’esperienza molto concreta e viva, il simbolo all’interno del linguaggio era un segno «assoluto», aveva una propria «valenza» in relazione all’infinita molteplicità di altri simboli. Leggende, apocrifi e testi poetici del cristianesimo, sorti sulla base delle precedenti culture del Medio Oriente, costituivano l’energia musicale del mondo, la calamita che univa tutti i fenomeni mediante un legame vivo e e trasformava l’effimera natura materiale del mondo in spirituale ed eterna. Per questo, l’iconografo non introduce nella sua composizione un determinato segno finché non vede il suo legame con tutto il mondo, e ne comprende in questo modo il valore gerarchico. La capacità della persona di recepire la bellezza è forse la più autentica conferma della presenza del Creatore e della sua volontà salvifica: la bellezza nell’icona non è un lusso artistico, ma il livello, la temperatura a cui la materia grezza dei segni convenzionali giunge a fusione. È allora che si plasma il simbolo assoluto, cioè l’icona, vale a dire la preghiera visibile.

Miniatura medievale: Trasfigurazione e Ultima Cena

L’immagine acheropita di Cristo, creata dallo stesso Verbo divino, ha manifestato al mondo la luce senza la quale la pittura iconica non potrebbe sussistere. Proprio all’icona, in cui parola e immagine sono inscindibili, è dato di mostrare il mondo atemporale, è dato di vedere simultaneamente il mondo terreno e il mondo celeste, secondo quanto dice Dionigi Areopagita: «I sacri riti sensibili sono immagini delle cose intelligibili e guida e strada verso queste». «Il mondo visibile ha valore solo nella misura in cui è simbolico, cioè parla della realtà spirituale e la rivela. Il simbolo diviene uno strumento di elevazione spirituale» (J. Meyendorff). Il simbolismo cristiano trasforma ogni fenomeno in metafora, che attraverso la contemplazione ci eleva alla conoscenza dei misteri divini. Il linguaggio, che dispone di una gran quantità di flessioni, è in grado di svilupparsi all’infinito; il metaforismo dei soggetti sacri nell’arte figurativa riveste sostanzialmente lo stesso ruolo delle flessioni nella lingua parlata. Lo spettatore odierno, separato dalla mentalità della cultura antica non solo dal tempo, ma anche da una visione del mondo contrassegnata da un materialismo pratico, generalmente si rappresenta la simbologia sacra come un linguaggio segreto per iniziati. In realtà, la simbologia cristiana non cripta il senso di idee e concetti, ma al contrario li decifra e mostra con la massima chiarezza e concisione.

Icona della Resurrezione – Discesa agli inferi

Esistono numerose ricerche sulla simbologia sacra. Nei miei saggi riporto osservazioni diverse ed effettuate in periodi diversi, e prendo in esame la simbologia dell’arte figurativa formatasi prevalentemente nei paesi dell’Oriente cristiano, cercando nella misura del possibile di collegarla alla simbologia fissata nei testi sacri e liturgici. Proprio grazie al lavoro di restauro e di copia-ricostruzione di icone e affreschi che ho svolto per anni, queste osservazioni trovano una conferma pratica. Inoltre, molti particolari che si incontrano nella pittura sacra sono talmente espressivi e autonomi, che involontariamente torna alla mente un vecchio aforisma cinese: «La pittura è in tutto simile al Dao, perché non ha bisogno di parole…».

Affresco della Discesa agli inferi, dettaglio

Ogni forma di arte ha la sua sfera, e l’azione sacra le unisce tutti in unità, così che le autentiche espressioni musicali, pittoriche e letterarie ci aiutano a comprendere l’autentico significato delle parole del Vangelo. Come dice Gregorio Palamas: «Non sorge né svanisce, è indescrivibile e inafferrabile ai sensi la luce della divina Trasfigurazione, sebbene fosse contemplata con gli occhi del corpo». E nel XVI secolo durante il rito del Battesimo il sacerdote diceva, toccando gli occhi del battezzando: «Possa tu vedere con gli occhi la luce della Santa Trinità, immagine della prima bontà». È questa visione il senso dell’icona cristiana.