Tanti volti… e il Volto

Padre Nikolaj Černyšev è stato tra i maestri russi che hanno svolto corsi di perfezionamento per gli allievi della Scuola iconografica di Seriate. A Mosca qualche mese fa è uscito un suo importante libro dedicato all’icona.

volti voltoNel volume dal suggestivo titolo Volti e il Volto, padre Nikolaj Černyšev, iconografo e sacerdote di una delle parrocchie più celebri e amate di Mosca, la chiesa di San Nicola in via Marosejka, rievoca alcuni protagonisti della vita ecclesiale, culturale e iconografica russa nel XX secolo, ed esamina numerosi problemi legati alla concezione dell’icona, al suo valore liturgico e teologico e alle sue forme espressive nel passato e nel presente.
Il filo conduttore che accomuna la galleria dei personaggi presentati nella prima parte del volume alle tematiche esposte nella seconda parte è la stessa biografia spirituale e artistica di padre Nikolaj: attraverso il filo del racconto possiamo comprendere la sua profonda appartenenza alla comunità di via Marosejka, il nascere e maturare del suo interesse per l’icona, attraverso l’incontro con maestri – di vita e di mestiere – che lo hanno condotto a scoprire la sua vocazione di iconografo e di pastore.
Il volume si apre con un saggio su padre Aleksandr Kulikov (1933-2009), che come parroco della parrocchia di San Nicola – riaperta all’inizio degli anni ’90 – eredita la tradizione di santità e di martirio degli ultimi parroci, i padri Sergij e Aleksej Mečev.

Proprio la comunità di via Marosejka era stata negli anni ’20-30 uno dei rari luoghi che avevano custodito la tradizione della pittura di icone, grazie a Marija Nikolaevna Sokolova (monaca Iulianija, 1899-1981), la seconda delle figure ricordate nel volume, a cui dagli anni ’40 si deve la creazione di una vera e propria scuola iconografica, oltre al restauro e alla decorazione di molti edifici della riaperta Lavra della Trinità di San Sergio.

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Marija Nikolaevna Sokolova.

Attraverso un’allieva della Sokolova, Irina Vatagina (1924-2007), anch’essa parrocchiana della chiesa in via Marosejka, padre Nikolaj apprenderà le tecniche della pittura di icone ma soprattutto una lezione che reputa fondamentale nella formazione dell’iconografo: «la libertà creativa all’interno del canone». Per l’iconografo ai primi passi è stato di fondamentale importanza – ricorda – ascoltare la risposta della Vatagina a chi le chiedeva a quale stile o epoca si attenesse nel dipingere: «Rispose che per lei era importante la tradizione, tutta la tradizione della Chiesa, ma che dipingeva icone della fine del XX secolo».

«Luce, esultanza, levità – ecco ciò che è indispensabile, in che cosa consiste il canone!», amava ripetere.

Nelle pagine a lei dedicate, padre Černyšev ricorda anche il suo prezioso lavoro di restauratrice presso il Museo Rublev: negli anni sovietici, infatti, proprio all’iniziativa dei restauratori, spesso a prezzo di sacrifici personali, era affidata la sorte di tesori di arte e di spiritualità che per incuria e incompetenza delle istituzioni venivano ignorati e avrebbero potuto facilmente perire.

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Michail Grebenkov.

Tra i volti che padre Nikolaj ricorda con particolare gratitudine e reverenza nel suo libro c’è Michail Grebenkov (1922-1995), pittore e insegnante di disegno che aveva incontrato sui banchi di scuola e gli aveva aperto gli occhi «su un mondo fino allora completamente sconosciuto. Non parlava affatto come sentivo parlare a scuola, alla radio, alla televisione e sui giornali… Insofferenza per ogni nota falsa o schematismo, amore per la verità che la realtà ci presenta, per la verità attraverso cui Dio ci si presenta nella realtà – ecco ciò che ci insegnava e che si può vedere nelle sue opere». Proprio attraverso gli occhi di Grebenkov il giovanissimo Nikolaj incontra per la prima volta l’icona: «Era chiaro che per lui l’icona era un mistero – un mistero di fronte al quale come artista, disegnatore e pittore mostrava una devozione, un amore, una venerazione ancor maggiore di quella che nutriva per le opere della scuola accademica e del Rinascimento. L’icona per lui era un mondo immenso, che non conosceva fino in fondo, in cui si muoveva con circospezione, reverenza, perché ne vedeva l’incommensurabilità rispetto a ogni altra espressione culturale.

Parlava sempre dell’altissimo realismo dell’icona e mostrava questo suo autentico realismo attraverso esempi concreti: nelle buone icone non c’è niente di formale – diceva, niente che sia fatto semplicemente “perché si usa così”, “per devozionalismo”.

E ci sfidava, per esempio, a trovare una raffigurazione di san Paolo più espressiva, un suo ritratto più intenso dell’icona di Rublev della Deesis di Zvenigorod…».

Tanti volti... e il Volto

San Paolo, Deesis di Zvenigorod.

Sulla strada del giovane Nikolaj appare anche Larisa Fedjanina (1948-2006), pittrice e aiutante di Grebenkov, che il 1° dicembre 1978 sarà la sua madrina di battesimo. Successivamente, quando la chiesa di San Nicola riapre i battenti, Larisa accetterà di organizzare una scuola iconografica per bambini e ragazzi: un compito educativo non facile, che Larisa risolve proponendo ai bambini un’esperienza viva, e cioè di «immergersi nella cultura figurativa ortodossa: in icone, affreschi, mosaici, miniature e così via, cioè nel mondo artistico di cui è sempre vissuta e vive la Chiesa…

In questo modo gli allievi cominciavano a scorgere la grandezza della cultura cristiana, a comprendere che la pittura di icone è gioia e fatica insieme, e facevano esperienza dell’una e dell’altra».

Un altro caro amico, restauratore e critico d’arte ricordato in queste pagine è Andrej Žolondz’ (1957-2005).
Gli ultimi «volti» che incontriamo nella prima parte del testo sono quelli del metropolita Antonij di Surož e di Aleksandr Solženicyn; quest’ultimo al suo ritorno in Russia frequenta insieme alla famiglia la parrocchia sulla Marosejka ed è accompagnato dallo stesso padre Nikolaj nel cammino di fede negli ultimi anni. «Mi ha sempre colpito la grande atmosfera di serenità che regnava in famiglia, la tenerezza dei rapporti», ricorda Černyšev, riportando due «scoperte» personali fatte da Solženicyn. La prima:

«Se mi fossi organizzato io la vita secondo i miei progetti, sarebbe tutta costellata di terribili errori. Solo ora mi rendo conto di quanti piatti avrei rotto! Ma il Signore è continuamente intervenuto a correggermi, a rimettermi sulla retta via, a volte invisibilmente, a volte in modo evidente. Ora vedo che tutto è andato nel migliore dei modi».

E la seconda: ormai anziano, esaurita in certo modo la sua missione «pubblica», si chiedeva quale potesse essere la volontà di Dio su di lui. E alla fine si era dato questa risposta: «Sì, ho capito: è un tempo che mi è dato per me stesso, non per fare un lavoro esterno, ma per guardare dentro di me».

La seconda parte del testo è dedicata al «Volto», cioè all’icona, di cui padre Nikolaj prende in considerazione svariati aspetti e problematiche. Anche il taglio con cui affronta l’argomento è molteplice: vi sono articoli storici, lezioni tecnico-pratiche, materiali legati ai problemi della ricostruzione o costruzione di nuove chiese, al rapporto fra icona e architettura, alle icone dei santi canonizzati del nostro tempo, come pure conversazioni spirituali e omelie.
Ciò che padre Nikolaj testimonia e insieme propone ai suoi lettori è un cammino, che non pretende di rispondere a tutti i molteplici interrogativi posti all’arte sacra dal contesto del mondo contemporaneo, ma offre una chiave di comprensione della direzione in cui muoversi: l’esperienza di una fede vissuta.

«Il problema – sottolinea più volte padre Černyšev – non sono principi stilistici o storico-artistici di valutazione, ma i criteri della canonicità o meno di un’immagine sacra, il suo radicamento nella Chiesa, ovvero la corrispondenza dell’icona alle finalità per cui è nata all’interno della vita liturgica: costituire un aiuto alla preghiera e svelare il contenuto dogmatico del soggetto che raffigura».

La dimensione liturgica, ecclesiale dell’icona a cui l’autore ci rimanda più volte nei suoi scritti fa ben comprendere la sua scelta di riunire in un unico testo tanti «volti» e il «Volto»: quest’ultimo può risplendere nell’icona grazie ai volti di cui è intessuta la vita della Chiesa e della comunità cristiana. Sono infatti i volti – gli incontri – a illuminare gradualmente un Volto che li contiene e insieme li trascende infinitamente. Per usare la mirabile espressione sintetica Ireneo di Lione: «La gloria di Dio è l’uomo vivente».
Giovanna Parravicini

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